Una meravigliosa Finish Line

Di VALERIA PINCINI

Oggi corro.

Sì, dico, appunto, “oggi”.
 
Dopo anni di nuoto, ginnastica artistica, tuffi, un po’ di pallavolo, un po’ di palestra, finita l’università ho scelto il divano e, insieme al divano, intere serate e weekend di serie tv.
 
Tra vecchie stagioni di Allie Mc Beal e nuove puntate di Dexter o Lost, nel 2010 è nata Gaia, nel 2013 Luca, affettuosamente soprannominato Lucattila.
E’ stato lì, a quel punto, quando ormai la mia vita era scombinata, che ho avvertito la necessità di ritrovarmi, di ricominciare da me. E no, non ho iniziato a correre.
 
Per il primo figlio ho ricevuto in regalo il classico anello, per il secondo parto mi sono invece autoregalata un personal trainer che, al grido di “muovi quelle chiappe, cicciona!”, mi facesse perdere gli ultimi kg della gravidanza e soprattutto mi aiutasse a ritrovare me stessa. Tre volte a settimana, all’alba, dopo la poppata delle 6 a Luca, mi dedicavo ai miei allenamenti di Bootcamp al parco con Daniel, che no, non mi ha mai gridato con cattiveria “spingi di più, sacco di patate!” ma che, pian piano, raggiunto il mio obiettivo di peso, mi ha inserito in altri gruppi di allenamento. Improvvisamente mi sono trovata iscritta, mio malgrado, ad una 10 km.
 
Ho dovuto iniziare a correre, io che avevo perso la capacità di respirare e il tempo per farlo. Ero in grado di correre, seppur agonizzando, al parco sotto casa, 4 km consecutivi; facendo da me, ho aggiunto 1km ogni 15 giorni e ho corso direttamente in gara i miei primi 10 km: 1h06, all’arrivo ho pianto di gioia.
 
Era fine maggio. Da lì, senza sapere nulla di tempi, di scarpe, di allenamenti, mi sono prefissata di riuscire a scendere sotto l’ora per settembre, 59:59. Così è stato.
 
Odiavo correre, lo facevo per dovere, per il mio obiettivo, perchè la corsa non porta con sè scuse nè alibi: il tempo lo si trova, il luogo anche, non serve un grande equipaggiamento, è un’attività assolutamente compatibile con un lavoro full time e due figli a casa, con un minimo di organizzazione e volontà.
 
Poi però ci ho preso gusto. Dopo qualche mese di stop per tutti gli acciacchi da principiante che fa le cose a caso e sovraccarica, dopo un lungo tour di ortopedici, la migliore osteopata del mondo mi ha rimesso in sesto. Luglio 2015: è lì che ho cominciato a correre davvero, da quei 12 minuti che ho desiderato per tutti i mesi in cui sono stata ferma, è stato lì che ho capito, in cuor mio, che la corsa non era più solo dovere.
 
Ho iniziato ad allungare le distanze, e sono arrivate diverse mezze maratone: la mia difficoltà principale è sempre stata la testa, non le gambe o il fiato, quel maledetto dover a tutti i costi raggiungere un obiettivo -di tempo- per valere qualcosa. Ci è voluto un anno intero di gare -e frustrazioni- prima di trovare la chiave e affrontare la corsa in gara nel modo giusto.
 
Ora sono qui, a correre con il sorriso e la passione, all’alba, da sola, senza mancare un allenamento, a voler fare gruppo con il timore di essere quella che il gruppo lo rallenta, con la consapevolezza che di margine di miglioramento ne ho, ma anche che probabilmente non sarò mai una scheggia e che, forse, dovrei convincermi che non è il tempo finale ciò che conta. Sono qui, a voler allungare, con il mio passo, le distanze, per avvicinarmi, senza fretta, chissà, magari, un domani, ad una maracosa, insomma, a quellacosalì di 42 km e rotti…
 
Ogni tanto guardo indietro, rimpiango di aver buttato tanti anni, poi riguardo avanti e sulla linea del traguardo vedo loro, Gaia e Luca, una finish line meravigliosa che si sposta sempre un po’ più in là.
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